L’ultimo dei Toscanini

1E’ morto a New York Walfredo, l’ultimo dei discendenti che portava il nome del grande direttore d’orchestra.

Di Renzo Allegri

Cinquantaquattro anni fa, e precisamente il 16 gennaio del 1957 moriva Arturo Toscanini, uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi. Il 31 dicembre, ultimo giorno del 2011, se ne è andato per sempre anche Walfredo Toscanini, l’unico nipote maschio del grande direttore. Diceva spesso: <<Con me scomparirà il nome dei Toscanini. Almeno quello dei discendenti del direttore d’orchestra.  Io, infatti, sono l’unico figlio di Walter Toscanini, che era l’unico figlio maschio di Arturo Toscanini. E dal mio matrimonio sono nate tre femmine. Resto, quindi, l’unico discendente del maestro che porta il suo cognome,  un nome che finirà con la mia vita>>.

Walfredo Toscanini, classe 1929, architetto, assomigliava molto al suo celebre avo. Soprattutto negli occhi e nella bocca. Viveva a New York, negli Stati Uniti, con la moglie e le tre figlie.  Quando veniva in Italia non mancava mai di far visita al cugino, Roberto Castellano, (morto anche lui nel 2011) che abitava sulle colline di Salsomaggiore, proprio vicino a casa mia. E quando veniva dal cugino avevo l’occasione di incontrarlo anch’io.

4Lui e Roberto erano figli di sorelle. La mamma di Walfredo, moglie di Walter Toscanini, era una famosa ballerina. Si chiamava Lucia Fornaroli, nota come “Cia”, e fu étoille alla Scala negli anni Venti, prima ballerina al Metropolitan di New York, a Barcellona, a Madrid e a Roma. Il  25 aprile 1926  partecipò alla prima rappresentazione della “Turandot” di Puccini, diretta da Arturo Toscanini. Nel 1926, sempre alla Scala,  fu l’interprete della “prima italiana”  del balletto “Petrouschka” di Stravinski, sotto la direzione dello stesso autore. Dal 1929 al 1933 fu direttrice dell’Accademia del Balletto della Scala. Dopo il matrimonio con Walfredo Toscanini, si trasferì definitivamente negli Stati Uniti dove si dedicò all’insegnamento.

Passeggiando per la strada panoramica che dalla casa di Roberto Castellano porta a casa mia, Walfredo raccontava, ma si interrompeva  continuamente per ammirare il paesaggio delle colline circostanti, sottolineando con un entusiasmo incantato i colori  dei campi  e delle macchie boschive, le sfumature delle ombre, il taglio della luce a quell’ora del giorno.  Era un appassionato e un intenditore di arti figurative, aveva studiato architettura ed era anche un discreto pittore.

<<La pittura era una grande passione di mio nonno>>, raccontava.  <<Una passione segreta, ma amorevolmente coltivata per tutta la vita. Il nono era amico di molti pittori e aveva una straordinaria collezione di quadri. La casa di Milano, in via Durini, sembrava una pinacoteca. Nel corridoio che dal soggiorno portava in cucina, i quadri ricoprivano letteralmente le pareti fino al soffitto. Penso che in quella casa il nonno avesse cento e forse anche 200 quadri. E dal momento che in famiglia nessuno aveva ereditato  il suo talento musicale, era molto felice che io amassi la pittura e mi dilettassi anche a dipingere>>.

2Quando parlava del nonno, gli occhi di Walfredo brillavano di gioia. Raccontava a raffica e con la vivacità di un ragazzo episodi, aneddoti, ricordi. Non gli piaceva che si parlasse di Toscanini solo come direttore d’orchestra. <<Alcuni musicologi>>, ripeteva spesso <<hanno scritto che mio nonno era un direttore d’orchestra istintivo, ma privo di cultura. Niente di più falso. Aveva una vasta conoscenza della produzione artistica mondiale, e la seguiva con passione. Nelle città dove dirigeva, visitava i musei, frequentava salotti letterari, era un accanito lettore di libri, amico di pittori, poeti, filosofi, come dimostrano le migliaia di lettere che ha lasciato>>.

Sembrava non essere interessato a parlare dei trionfi del suo nonno, della fama, degli incontri con i grandi di questo mondo che gli rendevano omaggio. Toccava questi argomenti solo se era provocato da specifiche domande, ma lo faceva quasi da “distratto”. Invece i suoi ricordi erano caldi di affetto e di amore quando si riferivano al nonno in famiglia, dietro le quinte, lontano dai riflettori. Dava l’impressione che questi ricordi fossero fortemente impressi nel suo animo. Ripeteva spesso che il periodo più bello vissuto accanto al suo nonno fu quello delle vecchiaia, quando il celeberrimo direttore d’orchestra si era ritirato a vita privata.

<<Ho avuto la fortuna di  trascorrere con lui gli ultimi anni della sua vita>>, raccontò. <<Quando  morì nonna Carla, nel 1950, il nonno cadde in una grande depressione. Era come se avesse perduto parte di se stesso. Erano sposati da 53 anni. Sempre inseparabili. Pochi lo sanno, ma la nonna era il manager di Toscanini. Era lei che organizzava tutta la sua attività, che teneva i contatti con i teatri, le case discografiche, che trattava per i contratti, le tournée, faceva tutto lei. Venendo a mancare, il nonno si sentiva sperduto e cadde  preda della depressione. Per questo mio padre decise di andare a vivere con la sua famiglia  nella villa del nonno, a Riverdale, e restammo con lui fino alla sua morte, nel gennaio 1957.

5<<Io allora ero studente universitario in architettura. Mi piaceva parlare con il nonno di arte e fu in quegli anni che ebbi modo di scoprire che aveva una grande cultura artistica e che conosceva moltissimi pittori viventi, con i quali era in contatto epistolare.

<<La cosa che più mi colpi in quel periodo fu la  serenità e  alla saggezza con cui il nonno affrontò la vecchiaia. Era un mito. Soprattutto in America. Ogni volta che saliva sul podio era un evento. Milioni di persone seguivano i suoi concerti alla radio. Ma fu lui, di sua iniziativa, ad un certo momento, a programmare a tavolino la fine della sua carriera. L’ultimo concerto lo diresse alla Carnegie Hall il 4 aprile del 1954. Aveva 87 anni. Nessuno sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima interpretazione. Solo noi della famiglia lo sapevamo. Aveva proibito di far conoscere la notizia alla stampa. Non voleva  feste di addio, discorsi, cerimonie.  “Voglio scivolar via…”, diceva.

<<Quella sera in famiglia eravamo molto commossi, ma lui appariva tranquillo. Il concerto era trasmesso per radio. C’era anche il maestro Guido Cantelli, che volle restare in cabina di regìa accanto ai tecnici della radio. Si temeva che l’emozione tradisse il nonno, e così fu preparato un dispositivo particolare, in modo che si potesse mettere in onda altra musica se si fosse sentito male.

<<Il concerto procedette senza incidenti, ma ad un certo momento la mano del nonno, cominciò a muoversi più lentamente: perdeva il tempo. Il viso era pallido. Cantelli se ne accorse e fece scattare il dispositivo di sicurezza. Alla radio gli ascoltatori sentirono musica di Bramhs. Sembrava che ci fosse stata un’interferenza. L’interruzione durò solo alcuni  secondi. Il nonno si riprese e continuò a dirigere fino in fondo.

6a<<Tornando a casa in automobile, il nonno disse:  “Il pensiero che questo era il mio ultimo concerto mi  tormentava. Ero triste, avevo una gran voglia di piantar tutto e scappar via. Stavo proprio deponendo la bacchetta per andarmene. Poi ho pensato che il mio gesto avrebbe creato scandalo. Allora mi sono ripreso e sono rimasto lì, a dirigere”.

<<Da allora visse ancora quasi tre anni.  Trascorreva il tempo soprattutto ascoltando la musica che aveva inciso. Mio padre gli preparava i provini dei dischi e lui doveva approvarli. Ascoltava e riascoltava. Anche di notte. Non era mai contento e fece distruggere moltissimo materiale. Però quel lavoro gli dava serenità perché lo teneva dentro la musica che era la sua vita.

<<Negli ultimi mesi ebbe un crollo vistoso. Noi della famiglia non ce ne accorgevamo, ma chi lo vedeva di tanto in tanto restava colpito. Faticava a camminare, accusava dolori in tutto il corpo, ma conservò sempre quel suo atteggiamento nobile e sereno. Non l’ho mai sentito lamentarsi.  Non volle mai che lo si aiutasse in niente.

3<<A dicembre del 1956 espresse il desiderio di trascorrere l’ultimo dell’anno con tutta la famiglia.  Mio padre organizzò, per la sera di San Silvestro, una bella festa. C’erano i figli, i nipoti e anche gli amici  cui era più affezionato. Il nonno appariva euforico e pieno di energie. A mezzanotte volle abbracciare tutti, uno per uno. Rimase in piedi fino alle due. Poi salutò e se ne andò a letto, facendo le scale da solo.

<<Al mattino si alzò intorno alle 7. Andò in bagno per farsi la barba. Quando uscì, era pallidissimo, barcollava, non riusciva a parlare. Era stato colpito da trombosi cerebrale. Perse conoscenza e non si riprese più. Visse altri 16 giorni, praticamente in coma>>.

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2 commenti

  1. “Walter Toscanini, che era l’unico figlio maschio di Arturo Toscanini”: perché continuare a negare l’avvenuta esistenza di Giovanni Storchio, disabile morto sedicenne e secondo figlio maschio del Maestro? Già il poveretto non deve aver avuto una vita serena… che cosa orribile.

    • GARGANESE ANTONIO

      @Dario (17 maggio 2017)
      Che rilievo “inutile”! E’ naturale che il figlio di Toscanini e della Storchio (morto nel 1919), proprio per la sua condizione di non riconosciuto e non entrante nella discendenza diretta del direttore (oltre ad esser morto a 16 anni e senza possibilità propria di figliolanza), non “venga” menzionato dal nipote Walfredo.
      Anche per Puccini si potrebbe allora fare un discorso simile e affine con i due “Antonio” propri figli, di cui solo uno ufficiale (se non oltre e di più).
      E’ inopportuno un rilievo come quello fatto nel primo commento, anche perché un primo figlio maschio di Toscanini-regolare-Giorgio, morì a meno di cinque anni per difterite, il 10 giugno 1906 a Buenos Aires. Giorgio fu il terzogenito della coppia Toscanini-De Martini (Carla). Quindi Walter (nato nel 1898 e morto nel 1971) era davvero l’unico figlio maschio sopravvissuto.

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