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#Lourdes Intervista al Vescovo Brouwet

La vita al Santuario e il significato di questo 2019 dedicato alla giovane Soubirous nell’intervista a padre Nicolas Brouwet in occasione dell’inizio ufficiale della stagione dei pellegrinaggi

Chi si reca per la prima volta in Francia al Santuario di Lourdes, ancor prima di immergersi nella quotidianità degli incontri, delle attività di servizio, delle celebrazioni, resta colpito da tre fatti: in questa cittadina i malati si vedono, sono ovunque; affollano l’immensa area del Santuario e le strade limitrofe portati in carrozzella o in barella: l’umanità bella e vulnerabile, qui, si mostra al completo, a differenza di quanto accade nelle frenetiche strade delle grandi città occidentali, nelle quali i malati paiono quasi scomparsi. Il secondo fatto è il clima che si respira. In questo luogo – che raccoglie come grembo ospitale il dolore, le inquietudini, le sofferenze di migliaia di persone – non domina un cupo senso di disperazione, ma una brezza leggera di tenace speranza e mite affidamento al Signore. Il terzo fatto sono i gesti di cura e di premura, la complicità ferma, gentile e ostinata contro il male che si accende fra le persone, ciascuna consapevole della propria vulnerabilità.

In occasione dell’inizio ufficiale della stagione dei pellegrinaggi, che ha preso il via il 7 aprile, padre Nicolas Brouwet, 56 anni, vescovo di Tarbes e Lourdes, racconta a Vatican Insider la vita al Santuario e il significato di questo 2019 dedicato a Bernadette Soubirous, la giovane quattordicenne (di cui quest’anno ricorre il 175° anniversario della nascita e il 140° della morte) cui nel 1858 apparve ripetutamente la Madonna.

Perché il 2019 è stato proclamato Anno di Bernadette?

«Ogni anno viene scelto un tema che possa costituire per i pellegrini una sorta di nuova porta di ingresso all’esperienza del pellegrinaggio. Riflettendo insieme al rettore del Santuario, padre André Cabes, sulla prima beatitudine evangelica – “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20) – ci siamo resi conto che Bernadette aveva vissuto pienamente questa beatitudine e che dunque i pellegrini avrebbero potuto comprendere e vivere le parole evangeliche grazie a questa giovane santa e alla sua vita».

Quali volti assume la povertà nella vita di Bernadette?

«Sono convinto che Bernadette sia una figura per il nostro tempo. Molti uomini e donne si domandano con dolore e smarrimento se hanno ancora un posto nella società: questa domanda, almeno qui in Francia, è purtroppo diventata frequente: a fronte di una élite ben organizzata e “vincente” vi è una folla profondamente a disagio, che si sente esclusa e messa da parte. La piccola Bernadette farebbe parte di questa folla: era l’ultima di Lourdes e il Signore ha guardato proprio lei, l’ultima, con tenerezza, chiamandola a vedere Maria e a essere la sua messaggera. Nessuno è dimenticato da Dio.

Si badi, quella di Bernadette non è una povertà romantica. Ha patito la miseria materiale insieme alla sua famiglia ed era afflitta da una povertà fisica, la malattia, che le impediva di fare molto di ciò che avrebbe voluto, ad esempio andare a scuola e seguire il catechismo; la sua era anche una povertà spirituale. E poi vi era la povertà del carattere: Bernadette aveva una testa dura, era impulsiva: lo sapeva e combatteva contro questa sua indole. Ma era umile: si lasciava condurre dalla Chiesa, sia quando viveva a Lourdes sia successivamente, nel convento di Nevers. Ha vissuto l’obbedienza, che per lei non era naturale: voleva essere una figlia della Chiesa anche quando le costava molti sforzi: ad esempio, quando, invitata dal proprio parroco o dalla superiora, doveva incontrare le persone che volevano conoscerla».

Cosa può insegnare Bernadette agli uomini e alle donne del nostro tempo?

«Ci insegna come stare di fronte a Dio: con semplicità, in modo autentico, senza nascondere le nostre povertà. E ci insegna a ricevere, attraverso il sorriso di Maria, la misericordia e la tenerezza del Padre. Lourdes è un luogo di verità: qui i pellegrini comprendono che, come Bernadette, possono mettersi di fronte a Dio “nudi”, con le loro debolezze, i loro peccati, le loro ferite, lasciando cadere le maschere indossate per difendersi o per dare una falsa immagine di sé, smettendo di voler fare bella figura davanti agli altri.

E penso che, dopo Bernadette, siano proprio i malati a evangelizzarci poiché si presentano alla grotta così come sono: deboli, fragili, vulnerabili. E così facendo ci aiutano a vincere le resistenze, l’orgoglio, la presunzione di non aver bisogno di Dio. Penso sia per questa ragione che a Lourdes moltissime persone, lasciate cadere le maschere, si accostano al sacramento della confessione».

In un’epoca di forte individualismo come la nostra, dominata dal diktat di farsi da sé e per sé, senza vincoli né debiti con alcuno, l’esperienza di un pellegrinaggio a Lourdes come istruisce le giovani generazioni?

«Il pellegrinaggio – e lo constato nei molti ragazzi che vengono qui ogni anno – insegna a ritrovare il contatto diretto con il prossimo, a fare esperienza della debolezza che si lascia servire, a concepire come naturale prendersi cura di chi ha bisogno, a ricevere ciò che di buono gli altri hanno da offrire: i ragazzi hanno bisogno di imparare sia a dare sia a ricevere con gratitudine e umiltà i doni che arricchiscono la loro vita e li aiutano a diventare adulti».

A Lourdes l’umanità si mostra nella sua interezza: qui i malati si vedono. E sono onorati.

«È vero! Quando da adolescente venni per la prima volta in pellegrinaggio al Santuario rimasi colpito proprio dalla visibilità dei malati che nelle grandi città erano e sono tenuti in disparte, nascosti, perché si vuole celare la debolezza, quasi fosse un intralcio o un limite da rimuovere persino alla vista. Non così a Lourdes: spesso dico che qui si sperimenta una società rovesciata, nella quale i piccoli sono onorati e la realtà dell’umano si mostra nella sua completezza. E anche nella sua varietà di lingue, culture, tradizioni. Si potrebbe dire che Lourdes è un’immagine bella della Chiesa: non di quella burocratica, ma della Chiesa cattolica, universale, nella quale si vive nell’amore per il Signore, nella lode a Lui attraverso la liturgia, e ci si prende cura gli uni degli altri, a cominciare dai più fragili, secondo il comandamento di Gesù. L’autentico spirito di Lourdes è stato ben narrato in un magnifico documentario dedicato ai pellegrinaggi – realizzato proprio in occasione dell’Anno di Bernadette – che uscirà in Francia l’8 maggio e che so essere già stato tradotto in italiano».

A Lourdes sono avvenute settanta guarigioni considerate inspiegabili dalla scienza e di cui la Chiesa ha riconosciuto il carattere prodigioso e miracoloso e il valore di segno divino. Ma non sono gli unici miracoli di Lourdes.

«Proprio così. Le guarigioni miracolose sono un segno visibile della cura che il Signore ha per ciascuno di noi, di ciò che Egli compie nel cuore dell’uomo, delle grazie invisibili che le persone ricevono quotidianamente: sono innumerevoli. Sul sito del Santuario abbiamo voluto introdurre uno spazio nel quale i pellegrini possono raccontare le meraviglie compiute dal Signore per loro, i miracoli invisibili. C’è chi, ad esempio, si è accostato al sacramento della confessione dopo decenni, chi si è riappacificato con un familiare, chi ha deciso di prendersi cura degli altri, chi, sostando in preghiera, ha trovato pace. Potrei fare moltissimi esempi».

Come descriverebbe la sua esperienza di pastore alla guida della diocesi di Tarbes e Lourdes?

«Sono doppiamente impegnato poiché alla cura pastorale delle parrocchie (affidate a cinquanta sacerdoti), si aggiunge la cura del Santuario (nel quale operano circa trenta sacerdoti). Considero una grazia poter guidare questa diocesi. Ad esempio: è per me una grazia poter accogliere i pellegrini, scoprire la bellezza delle diverse spiritualità che il cristianesimo ha generato e constatare che tutti, con Maria, si sentono a casa. A Lourdes si fa esperienza viva della comunione ecclesiale. Durante la stagione dei pellegrinaggi ogni mercoledì invito anche a pranzo i vescovi giunti qui con i loro gruppi di fedeli: ho la possibilità di apprendere notizie della vita del popolo di Dio sparso in ogni angolo del mondo. E non è un modo dire: i pellegrini provenienti dall’Italia, dalla Francia e dall’Europa occidentale sono meno numerosi di un tempo mentre stanno molto aumentando i fedeli che arrivano da Paesi lontani quali, ad esempio, Cina (circa duemila fedeli ogni anno), Corea, India, Sri Lanka, Filippine, e, più recentemente, anche America del Sud. Volendo accogliere bene questi pellegrini, poiché non conosciamo le loro lingue abbiamo deciso di ospitare piccole comunità di suore originarie di questi Paesi che generosamente si sono rese disponibili a svolgere il servizio di accoglienza. Cerchiamo di fare la nostra parte affinché tutti possano sentirsi a casa».

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