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Omelia del vicario De Donatis a #Lourdes

Pellegrinaggio a Lourdes: omelia del vicario De Donatis alla Messa presso la Grotta

Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata dal vicario generale della diocesi Angelo De Donatis durante la Messa presieduta il 31 agosto 2017 a Lourdes, alla Grotta di Massabielle, in occasione del pellegrinaggio diocesano

Maria è al servizio di Gesù. Ma dopo la risurrezione diventerà madre dei discepoli. Questo è il dono di Gesù sotto la croce: «Ecco la tua Madre», «E il discepolo la prese nella sua casa». Prendere con sé Maria è pericoloso: Giuseppe lo aveva capito bene e non riusciva a dormirci sopra. Alla fine l’Angelo lo convinse: «Non temere di prendere con te Maria». E semplice pregare Maria. Ma quanto è difficile prenderla con sé. Perché? Torniamo a Giuseppe.

Le uniche maniere che un ebreo aveva di sistemare il problema di una promessa sposa rimasta incinta erano: ripudiarla; riconoscere il figlio ammettendo di essersi unito prima del matrimonio con la donna. In quel tempo avere figli dalla fidanzata non era reato ma qualcosa di sconveniente. C’era anche un proverbio giudaico riferito alla situazione: «Ha voluto cogliere i frutti dell’albero prima del tempo». Giuseppe obbedisce all’Angelo e prende con sé Maria. Non pensiamo mai a cosa significasse. Egli doveva andare in sinagoga ammettendo davanti a tutti che era stato lui e che riconosceva il figlio. Pensate lo sposo castissimo di Maria fare questa dichiarazione vergognosa nella sinagoga di Nazaret durante lo Shabbat.

È pericoloso prendere Maria: si perde la faccia. Giuseppe ha perso la faccia. O la fede o la reputazione. Maria e Giuseppe la reputazione l’hanno persa subito: hanno preso la croce del disonore 30 anni prima che il Figlio finisse in croce. Il vero devoto di Maria perde la faccia per la fede, ce la mette tutta, calpestando il “rispetto umano”, l’ipocrisia, il politicamente corretto. Pensate: abbiamo tanta gente buona che fa tanto bene nelle nostre comunità… ma ne abbiamo pochissime che dicono la verità.

Perché Maria è profeta del Regno? Non perché parla, progetta, bensì perché Lei porta lo Spirito. Dove c’è Maria c’è lo Spirito. Ella in cielo è al servizio dell’epiclesi: ogni volta che un cristiano, un prete, un genitore, chiede la luce dello Spirito, Maria si muove. L’Arca santa conteneva in sé – così tramanda il Talmud – il bastone di Mosè, le tavole della legge, una porzione di manna.

Maria è la nuova Arca che porta in sé l’Atteso: Gesù Cristo è il bastone di Mosé che ci apre la strada, spalancando il Mar Rosso della nostra vita che è la morte; è la nuova legge dell’amore scritta sul cuore; è il pane del cielo che non si corrompe e che ci fa adatti alla vita eterna. Maria porta sulle montagne della Giudea nel suo stesso grembo, il Liberatore, il Maestro, il Pane di vita. E come dall’Arca usciva un fuoco che consumava, da Maria promana il fuoco che cristifica: non a caso appena Elisabetta la vede viene colmata di Spirito santo e comincia a profetizzare.

Si può accostarsi a Maria senza diventare profeti? Impossibile. Si può vivere sotto lo sguardo di Maria senza diventare a nostra volta arca di Dio: cioè persone genitoriali, che hanno in grembo qualcosa che – anche senza volerlo – contagia, salva, fa venire voglia di vivere. Questo è il devoto di Maria: colui che fa venire voglia di vivere in Cristo. Sovente abbiamo progetti tra le mani, idee nella mente, ma poca vita risorta “addosso”.

Maria ci costringe anche a sperare nel Regno: «Come aveva promesso ai nostri Padri». Dio non è bugiardo, non inganna; il Dio di Maria è il Dio che mantiene, che non si scorda: questo ci sussurra continuamente nostra Madre alle orecchie. Spesso viviamo una distorsione percettiva della fede: pensiamo che Dio non dimentichi i nostri peccati, e che si scordi di farci felici. Invece la Scrittura dice esattamente il contrario: Dio si getta alle spalle i peccati, e rimane fedele alle promesse. La pensiamo al rovescio rispetto alla Scrittura. Due volte Maria spera stringendo i denti: a Nazareth e al Calvario.

A Nazareth decide di sperare anche se pensa di non essere adatta, sul Calvario spera anche se le apparenze dicono che il Dio di Gesù non è all’altezza. Ci sono – infatti – due mancanze di speranza. La prima: Dio è grande ma io non sono capace; la seconda: potrei farcela ma Dio è latitante. La prima Maria la sperimenta a Nazareth, la seconda al Calvario. Quale delle due è peggio, più deprimente? Dipende dai caratteri. Sicuramente dai tanti “non temere” che ricorrono nella Scrittura sembra che la prima (non sono capace) sia la più frequente nel credente. Paolo ci aiuta: non bisogna confidare in se stessi ma «nella grazia di Dio che è con me». Maria è piena di questa grazia che la distoglie dal pensarsi inadeguata: lo sa benissimo che lo è, ma non importa. Per sperare nella grazia bisogna dimenticarsi.

Grazie a Roma Sette

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