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L’ultima notte a Lourdes

Cinque e trenta. Ho sonno, ho dormito poco, ma sono sveglio. Mi alzo, mi scuoto un po’. Aspetto giusto il tempo che salga un po’ la pressione. Poi, due passi, e sono alla finestra. Dalla mia camera alla Source si vede tutta l’esplanade. Sono le cinque e trenta, più o meno, e penso: sarà già aperto il varco dell’hospitalité. Se non avessi il problema della pressione bassa appena sveglio, sarei già attivo ed, a pensarci bene, riuscirei a passare alla Grotta un’ultima volta prima di tornare al Salus. Resta solo l’ipotesi: non ci riuscirò.

La valigia è già chiusa – tutto dentro, comprese le boccette con l’acqua, prese poco prima che chiudessero il varco. L’ultima notte a Lourdes è cominciata intorno alla Grotta. L’ultimo passaggio, un arrivederci, quello che ti tocca lasciare l’ultimo giorno. Poi il piano, il nono piano, il corridoio in cui hai visto declinarsi la speranza – come non hai mai visto prima – negli ultimi due giorni. La speranza fatta di preghiere, la speranza fatta di ricordi, la speranza fatta di racconti, fatta di aneddoti e suggerimenti e problemi e parole e strette di mano e pacche sulla spalla e telefonate fatte a casa (con quella benedettissima nuova scheda telefonica francese che necessita di una laurea per l’uso). La speranza fatta di speranza, quella densa, corposa, che faresti fatica a rimescolare, pesante ma talmente forte da farti restare in piedi quando crolla tutto il resto. Quella che ti fa restare in piedi anche quando sei tu a crollare, quando sei già crollato. Suonerà come un controsenso, lo so, ma il principio di non contraddizione non fa per noi.

La fede è un prodotto impastato di preghiera e speranza. Il tempo di indossare la polo e disappanno il vetro della camera. Ancora l’esplanade, ancora il Santuario. Poche ore fa ero anche io ad impastare fede e speranza davanti ad una candela. A sperare che il tempo non passasse, che si fermasse lì un po’ di più, in mezzo al flambeaux, tra una goccia di cera e l’altra, mentre si costruisce un’ironica clessidra in cui il liquido si consuma, sublima piuttosto che passare da un contenitore all’altro. Un po’ come fanno le preghiere, parole e pezzi di cuore che salgono in alto, si spostano altrove, diventano altro. E una catena con cinquanta grani diventa, allora, una vita intera, incluso il passato e il futuro. Chissà come suona un Padre Nostro alle orecchie di Dio.

Mi lascio la finestra alle spalle, valigia e tracolla addosso. Un ultimo sguardo indietro, un po’ per controllo e un po’ per nostalgia. Saverio già non c’è: lui c’è riuscito ad andare alla Grotta. Chiudo la porta, ascensore, pensieri, il piano terra, la colazione che salta, i piani che passano, gli incontri con i fratelli dell’Unitalsi del Piemonte, le chiacchiere in ascensore con mons. Dini, le cortesie, le gentilezze, i «che piano?», «vuoi una caramella?», «da dove vieni?». Dio, quanti pensieri in un ascensore! E i piani sono solo quattro… immagina se fossi stato più in alto. Ultimi istanti: è piano terra.

Le chiavi alla reception, qualche faccia assonnata vestita di blu. Sono fuori. Pochi metri al Salus. Adesso il Santuario è più vicino. Fa quasi paura salutarsi. «Tornerò», più che un saluto una raccomandazione. Lourdes è così, almeno per me. Tutto parla, anche le pietre. Meno male.

Reception, silenzio. Non mi va di guardarmi intorno, anche se ogni centimetro parla. Il bigliardino, il «parcheggio fisso» di padre Bernardo, le risate intorno al pc. Se chiudo gli occhi ci trovo più luce di quella che è qui, ci vedo le risate, gli abbracci, gli scherzi ed anche qualche cioccolatino per farsi perdonare (preso alle piscine, dopo il turno). In testa mi ruota un elenco di persone e di nomi, di volti ed occhi visti scorrere tra le divise – Maria Grazia, Manuela, Gianpiero, Rossella, Rosaria, Natalina, Anna, Antonio, Valentina, Maria Rosaria, Consiglia, Rosario, Renato, Edoardo, Michele, Paolo, Enza, Antimo… – andrei avanti per ore, a mezz’aria, mentre mi chiedo se sono sveglio o no. Non c’è tempo, sono in fondo al corridoio e l’ascensore è qui. E stavolta non premo né sei né meno uno.

Settimo piano, sale velocemente. C’è già tanto movimento e tanto rumore. I ragazzi dei bagagli si sono dati da fare ed anche i malati sono qui. Scorcio qualcuno che conosco, qualcuno mi chiama, cerco gli amici del barellato, quelli che ho aiutato a telefonare, la nonna, le signore che allietavano il balcone del nono piano con qualche aneddoto mentre, sullo sfondo, guardavamo le nuvole che giocavano a nascondino col Santuario. Le mattine sono tutte surreali al Salus e lo è anche quella di oggi, cominciata prima della mia levataccia di oggi, quando alle cinque le luci del piano si accendono e qualche dama fa già ribollire il caffè nel cucinino. «Chissà com’è andata al piano, stamattina». Comincio a chiedermelo e non ci credo che siano già passati tre giorni.

Umiltà. L’etimologia stamattina non mi aiuta e non mi va di avviare la Treccani sul cellulare. Guardo i volti, le mani, le carrozzelle… e mi chiedo quale sia la più probabile definizione della parola. Ma io non sono un dizionario e il Salus non è un cruciverba. Finirà che non ne esco.

Mi trascino il trolley, il pullmino è già qui. La squadra del barellato si avvia un po’ prima, c’è da preparare il vagone, rigirare le barelle e sistemare la farmacia a bordo. Fuori è buio, siamo assonnati, sono assonnato. Tornare al treno è già, quasi, essere a casa. Passano i lampioni, una rotatoria, un’altra strada… non riesco ad orientarmi che fino a trenta metri oltre il Santuario: Lourdes è una scoperta sempre nuova ed ogni anno ne porto a casa un pezzettino in più.

Umiltà. Ce l’ho ancora nella testa mentre salgo sul vagone. Michele è indaffarato, gli ospedalieri ci danno una mano. Rigiro le barelle e ci vedo già sopra i destinatari. Li ho conosciuti uno per uno, li abbiamo conosciuti uno per uno. Giorno per giorno, un po’ alla volta. I racconti, i ricordi, le medicine da prendere, i gusti, le manie, i colori preferiti, la devozione, i rosari, le risate. I giorni sono pochi ma il barellato suona già come un libro aperto. Il ritorno sarà un secondo tempo diverso dall’andata, lo so. E non per l’esperienza, per le istruzioni che saranno eseguite più correttamente nei confronti dei malati. Lo dico per noi, per me, per tutti. A Lourdes le cose si invertono, si torna più leggeri dentro e più pesanti fuori.

Barelle fissate, lenzuola e cuscini, attenti alla farmacia da frenare bene a terra, arrivano le carrozzine, si conta un eventuale assente. «Mi dai una mano?». «Certo!». La mano. Umiltà è tendere una mano ma anche rispondere ad una mano tesa. È avere il coraggio di usare le mani, di sporcarsele. E mentre il barellato si riempie, comincio a far caso alle mani. Quante ne ho strette? Ci penso e, per le mani, passa tutto (o quasi) della vita di una persona, dalle lacrime alle scarpe da allacciare, dalla speranza alla preghiera, dal sogno al bisogno. Una mano può fare la differenza tra vita e la morte, tra uno schiaffo e una carezza.

Le mani tese. Più che mani strette, Lourdes è il luogo delle mani tese. Le mani che vanno incontro, che abbracciano, che stringono, che aiutano, che spingono. Le mani povere, quelle che danno quello che possono, che non hanno bisogno di nascondersi, di essere quello che sono. Cercavo l’umiltà e me la ritrovo a sessanta centimetri dai miei pensieri. Quanto avrei potuto fare di più.

Passeggio, chiedo come stanno. Manca poco alla partenza ed è, ormai, giorno. L’ultima notte a Lourdes è stata spesa e, ad ogni sguardo, ottengo in risposta un sorriso. La levata, almeno per il momento, non si sente. Allora provo a riallungare le mani, a rimboccare, a rassicurare, a farmi sentire. Non c’è più grande dono che dare sé stessi e una mano tesa, con noi stessi in quella mano, è, forse, il più grande gesto d’amore possibile. Cercavo l’umiltà tra i lascito dei sogni dell’ultima notte e la ritrovo qui, nello stesso modo in cui sono partito, accostato ad una barella. Nella carità di una mano tesa.

La carità, sì, quella che portiamo scritta sul petto. Charitas.

Scritto da Gianrolando Scaringi per ECO DI CASERTA
Martedì 29 Settembre 2015 15:26

1 Commento

  1. ciardiello elisa

    Sono una hospitaliere e come tanti altri ho lasciato il mio cuore a Lourdes , LA GROTTA è LA mia speranza quotidiana . E’ vero l’ ultima notte a Lourdes è quella che vorresti fermare con le mani , non dormo mai , mi preparo la valigia easpetto l’ alba perche’ cerco di salutare ancora una volta la grotta e di promettere tornero’ , mi giro , torno , indietro , ma poi con il cuore contrito , penso devo proprio andare , mi si fa un nodo alla gola ,e con tristezza vado via . PREGA PER TUTTI NOI SIGNORA NOSTRA , SENZA DI TE NON SIAMO NIENTE E SIAMO PREDA CHI NON LA PENA COME NOI

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