#Lourdes “il miracolo non è quello che pensi”
Lourdes, “dove ho scoperto che il miracolo non è quello che pensi”
Cosa ho trovato in un pellegrinaggio che non cercavo e che mi ha cambiato più di quanto avrei previsto
Lourdes, quello che non si vede
Il mio primo viaggio a Lourdes
Sono uscito di casa con uno zaino e molti dubbi. Destinazione Lourdes, insieme ai pellegrini della Diocesi di Lugano. Non cercavo conversioni né risposte facili. Volevo solo capire. Sul treno ho visto nascere una comunità temporanea. A Lourdes ho incontrato volontarie che rallentano, malati che non chiedono sempre guarigioni, un Vescovo che non ha paura delle domande difficili. Non ho trovato miracoli. Ho trovato persone che restano accanto ad altre persone, anche quando non possono risolvere i loro problemi. E forse è lì, in quel gesto semplice, che ho intravisto qualcosa che non mi aspettavo: la fede non come certezza, ma come presenza.
Sono partito da Lugano con uno zaino, un libretto del pellegrinaggio e una domanda che non sapevo ancora formulare bene. Alla stazione, quella domenica di agosto, il treno era pieno. Un treno speciale, solo per noi, in tutti i sensi. Non di turisti, ma di persone che partivano con una richiesta precisa, o con un ringraziamento da consegnare, o semplicemente con un peso da posare altrove per qualche giorno.
Io ero forse l’unico a partire con un taccuino invece che con un rosario. Ma dopo poche ore ho smesso di sentirmi un corpo estraneo. Sul treno si era già formata una comunità improvvisata: gente che non si conosceva e che condivideva il pranzo al sacco, le chiacchiere, i silenzi.
Sono arrivato a Lourdes per la prima volta. Ma il luogo, per sentito dire, era già molto conosciuto. Infatti la prima cosa incontrata non è stata la spiritualità, ma una fila di negozi: statue fosforescenti, acqua benedetta in bottiglie a forma di Madonna, rosari fatti con stampanti 3D di ogni prezzo. Il primo pensiero è stato quasi automatico: è tutto qui? Poi ho iniziato a guardare chi comprava quegli oggetti, e ho capito che dietro un souvenir kitsch spesso c’è un gesto serio: portare a casa un segno tangibile di qualcosa. Portare un oggetto a qualcuno che magari non può essere lì.
Nei giorni successivi ho seguito il programma del pellegrinaggio organizzato dalla Diocesi di Lugano: la Messa alla Grotta, l’unzione dei malati, il saluto del Vescovo ai malati alla Prairie, la processione aux flambeaux la sera. Ogni momento aveva un orario preciso, quasi militare. Eppure dentro quella precisione logistica succedeva sempre qualcosa che nessun programma può prevedere.
Quello che mi ha colpito più della fede stessa è stata la fisicità del servizio. Le volontarie ticinesi spingono carrozzine per ore, sistemano coperte, versano acqua, senza mai sembrare stanche. In un mondo che misura tutto in efficienza, loro vivono su un tempo diverso, più lento, e sicuramente più giusto. Ho chiesto a una di loro perché lo facesse nelle sue vacanze, visto che tutto l’anno lo fa anche per mestiere. Mi ha risposto che il risultato lo vede subito, negli occhi delle persone, senza aspettare mesi per saperlo. Da giornalista abituato a inseguire scadenze, mi ha lasciato pensare più del previsto.
Con i malati sono stato cauto. Non volevo cercare il dolore per costruire un’immagine forte, quella tentazione un po’ cinica del mestiere. Volevo capire come si convive con una malattia che non se ne andrà. Le risposte raramente parlavano di guarigione. Parlavano di dignità, di non sentirsi giudicati, di essere per una settimana “uno normale in mezzo agli altri”. Una frase mi è rimasta addosso: qui nessuno lo guarda con quella faccia. Non serve spiegare quale faccia intendesse.
E poi c’è l’Amministratore Apostolico della Diocesi di Lugano, mons. De Raemy, responsabile di condurre il pellegrinaggio e le speranze delle persone. A lui ho fatto le domande più scomode che avevo in mente: perché in centosessant’anni le guarigioni riconosciute ufficialmente come miracolose sono appena settantadue, su milioni di persone? Non è un numero che genera più dubbi che certezze? La sua risposta non è stata una difesa d’ufficio: il numero conta poco, conta cosa succede nella vita di chi passa da qui, anche senza un miracolo clinico. Mi ha colpito la mancanza di reticenza.
L’immagine che porto a casa, però, è quella notturna, davanti alla Grotta di Massabielle, con le candele accese e centinaia di persone in silenzio che non chiedono nulla ad alta voce. Mi sono seduto anche io, senza sapere bene cosa fare. Non è successo niente di soprannaturale, nessuna voce, nessuna luce. È successa una cosa più piccola e più rara: per qualche minuto ho smesso di riempire ogni spazio vuoto con pensieri, lavoro, notifiche.
Da Lourdes torno con un dubbio nuovo: la fede è forse restare dentro una domanda senza fuggire verso una risposta comoda. E forse il vero miracolo di questo luogo non è la guarigione del corpo, ma la scoperta che centinaia di sconosciuti scelgono, per qualche giorno, di rallentare e prendersi cura gli uni degli altri senza calcolarne il ritorno.
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